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	<title>Blog &#8211; auroraquantica</title>
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	<title>Blog &#8211; auroraquantica</title>
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		<title>Chiudere la faglia. Riflessioni sulla storia dei comunisti</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Dec 2018 18:17:50 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre più di una crepa e qualche voragine si aprono e si allargano qua e là nel sentimento democratico di quell’Europa che sembrava graniticamente costruita sulle certezze del suo ultimo dopoguerra, alcuni valorosi, a trent’anni dalla caduta del Muro, cominciano a chiedersi che cosa si sia rotto e cosa abbia smesso di funzionare. E perché.</p>



<p>L’impressione generale è che, nella lettura delle questioni internazionali come di quelle nazionali, ci si trovi assuefatti e imbambolati di fronte a catene stratificate di paradigmi che ormai abbiamo fatto nostri ma che non ci convincono più e che non sappiamo come affrontare essendo venuti meno, negli anni, il coraggio o la capacità critica. Del resto, questa è la nemesi che ci spetta quando cominciamo a seguire la logica delle guerre giuste, dei costi della democrazia, e per di più in totale assenza di un’informazione adeguata. Delle decine di esempi raccapriccianti ne prendiamo uno a caso: la Libia. La realtà in quel Paese, dopo l’intervento armato dell’Europa e degli USA, oggi ci parla di una guerra civile e di crimini contro l’umanità perpetrati sotto i nostri occhi ogni giorno. Che posizione assumere? Tragico dilemma perché se condanniamo l’esistente si rischia di riabilitare Gheddafi che però non era ‘democratico’ mentre invece i democratici siamo noi, per antonomasia, che però abbiamo determinato il carnaio. Il risultato è la passiva posizione di chi spera che tutto finisca presto per toglierci dall’imbarazzo di dover minimamente intaccare il paradigma che la democrazia siamo noi. Ci sembra la posizione sostanziale dei movimenti a difesa del restare umani che proliferano in questi mesi. Trent’anni fa per fatti del genere il PCI sarebbe sceso in piazza con milioni di persone e lo avrebbe fatto per la pace e la democrazia.</p>



<p>Certo anche il PCI era democratico ma aveva un altro modo di leggere i fatti, era culturalmente e politicamente autonomo, mentre oggi il pensiero è ‘unico’, come dire assai meno democratico.</p>



<p>Forse c’entra poco ma esiste, e ci incuriosisce assai, un filone di ricerca e relativa rilettura storiografica riguardante il maledetto capitolo del comunismo che si sta lentamente ingrossando nell’apparente disinteresse dei più, filone fisiologicamente marginalizzato a prescindere dal rilievo oggettivo dei nuovi dati riscontrati.</p>



<p>L’impressione nitida che ne traiamo è che si cominci a disegnare una svolta nella comprensione di quel che accadde, svolta che dovrebbe essere da noi esaminata con più attenzione perché portatrice di cambiamenti, anche di prospettiva futura, anche di ampio raggio, ben oltre i confini di quello che da sempre viene considerato un mondo a sé, il mondo comunista.</p>



<p>Cominciamo con il considerare come nodale la frattura verticale nel movimento comunista internazionale che si è attivata negli anni attorno alla dicotomia ideologica ossificatasi tra comunismo realistico e utopistico e, in termini più crudamente esplicativi, tra stalinismo e trozkismo.</p>



<p>Ogni conflitto interno al movimento, internazionalmente e nazionalmente articolato si è, prima o poi, attivato attorno a questa faglia determinando un’inconciliabilità di posizioni che si è trascinata immutata sino ad oggi complicando, da un lato, ogni passo di una ricostruzione complessiva che ci appare sempre più necessaria e dall’altro interferendo negativamente con la corretta percezione di una intera fase storica e, in definitiva, interferendo negativamente con la costruzione del nostro concetto di democrazia.</p>



<p>Il problema, sino ad ora, è che la lettura dei fatti sembrava non desse scampo: da una parte risultati sociali concreti e un imprescindibile ruolo nella costruzione della pace mondiale ma in un sistema autoritario, a costo di crimini orrendi e di una stasi nella progressione rivoluzionaria esitata nel crollo dell’URSS. Dall’altra una purezza di ideali che fa dell’inconcludenza apparente una forza a fronte dei torti subiti e dei fallimenti certificati degli avversari.</p>



<p>Già illustri storici, Losurdo e Canfora tra gli altri, si sono cimentati faticosamente nel dimensionare correttamente le&nbsp;<strong>leggende nere&nbsp;</strong>fiorite nei decenni attorno alle concrete esperienze del comunismo internazionale, contributo questo che risulta fondamentale quantomeno nel ridare comprensibilità ad una storia del Novecento che altrimenti risulta dominato da una borghesia mercantile di nulla responsabile se non dei propri successi nella costruzione del ‘mondo libero’.</p>



<p>La faglia scricchiola ma resiste e Losurdo viene da più parti, a sinistra, rintuzzato. Renato Caputo scrive: ma come fa Losurdo a ritenere un limite fondamentale della dirigenza post-staliniana la condanna a morte senza processo del famigerato L. Berija direttore dell’apparato repressivo e ‘massacratore di bolscevichi’?</p>



<p>Ecco che, ad ogni passo, rientrano in campo, con tutta la loro apparente indiscutibilità, i paradigmi storici della divisione.</p>



<p>Ricordiamo dunque alcune parole dell’introduzione che lo storico Grover Furr ha fatto alla sua pubblicazione “Kruscev mentì” (2011): se avessi scoperto che dei 63 capi d’accusa contro Stalin contenuti nel rapporto Kruscev al XX congresso del PCUS una decina erano infondati sarei stato accreditato di un ottimo lavoro di storico, avendo invece scoperto che sono tutti falsi mi trovo nella scomoda condizione di dover&nbsp;<em>ribaltare un paradigma</em><em>assoluto</em>&nbsp;per essere apprezzato, e questo non accadrà.</p>



<p>In effetti tramite quel testo apprendiamo, oltre al resto, che Berija divenne membro dei servizi segreti sovietici sul finire del ’38, mentre prima era oscuro dirigente regionale insignito dell’Ordine Lenin nel 1935 per i meriti acquisiti nell’aumento della produzione agricola. Dunque con le famigerate purghe non c’entra nulla o quasi e sicuramente non c’entra con la fucilazione di migliaia di quadri bolscevichi, mentre c’entra, invece, Ezov, allora capo dell’NKVD, che per quelle persecuzioni “immotivate” venne processato, condannato e fucilato nel 1940. Ezov, ricordiamo, non è mai stato menzionato nel ‘rapporto Kruscev’.</p>



<p>Non solo, ma i nuovi dati emersi, avversati da molti ma mai confutati da alcuno, fanno ritenere che almeno in una gran parte dei processi famigerati, certo non nelle fucilazioni di massa di Ezov, venissero condannati imputati che avevano davvero cospirato contro l’URSS a vario titolo, spesso nel tentativo di rovesciare gli equilibri interni al PCUS e altre volte nel disegno cospirativo al soldo di potenze straniere.</p>



<p>Non vogliamo dilungarci oltre perché da un lato ognuno, volendo, può approfondire a piacimento e dall’altro perché già questi pochi dati citati ci sembrano utili a rivedere una buona parte di assunti su cui abbiamo operato sinora.</p>



<p>Se, per ipotesi, la demonizzazione della fisionomia politica dell’URSS risultasse priva dei principali elementi di fondatezza diventerebbe naturale chiedersi, a quel punto, se invece la mai interrotta Guerra Fredda non sarà destinata, piuttosto, a perdere la sostanza ideologica su cui si è condotta per settant’anni per dimostrarsi un evento, questo sì, che ha danneggiato e danneggia lo sviluppo politico e sociale dell’Europa intera. Come si comprenderà non è in gioco l’assoluzione postuma dell’Unione Sovietica rispetto alle inadeguatezze strutturali che l’hanno portata all’implosione. È in gioco la possibilità di sottrarre quegli eventi alla perniciosa semplificazione implicita nelle demonizzazioni caricaturali in voga per restituirci la capacità di capire e ragionare del presente e del futuro.</p>



<p>Ci preme affrontare la questione anche per la valenza che può e, diremmo, deve assumere sul versante ‘interno’ al dibattito tra comunisti, particolarmente riguardo al metodo assunto nella dialettica politica.</p>



<p>Da Trotzki a Kruscev sino ad oggi un metodo abituale su cui impostare la dialettica interna è consistito nel produrre il maggior danno all’avversario in una lotta senza quartiere che non escludeva qualsiasi costo umano e politico. Al punto che quasi l’intero patrimonio di storiografia anticomunista si sostiene sulle documentazioni prodotte dai comunisti, documentazioni che, per di più, si stanno dimostrando oggi degli artefatti per le loro parti fondamentali. Al punto che la convergenza tra gli intenti dei più agguerriti avversari di classe e le argomentazioni della polemica interna sono praticamente sovrapponibili arrivando ad intaccare insieme e inevitabilmente le basi stesse della cultura politica che si riconosce nella Rivoluzione d’ottobre.</p>



<p>A quasi trent’anni dalla caduta del Muro è necessario e possibile, ormai, rileggere e distinguere. Distinguere tra un Trotzki sovietico e un Trotzki in esilio con tutto il bagaglio di ‘realistiche’ complicità con Germania, Giappone ed Italia fascista prima e con gli USA poi, in esclusiva visione anti URSS. Distinguere tra Kruscev e Andropov, tra Honecker e Gorbačëv, tra Berlinguer e Occhetto, perfino tra le prime BR e le ultime esclusivamente ossessionate dal dover danneggiare il disegno del PCI ed il PCI stesso. Distinguere, in buona sintesi, tra le posizioni che promuovono una dialettica interna e tra quelle che la distruggono e, facendo totalmente nostra la vecchia psicosi, che dispiegano così tutto il loro potenziale di intelligenza col nemico di classe che solo a quello mira. Senza in alcun modo dimenticare che, nella pratica quotidiana, la faglia così prodotta ha indotto ovunque comportamenti militanti incompatibili col dettato ideologico di una solidarietà di classe.</p>



<p>Perché la convergenza di nostri obiettivi con quelli del padronato assume forme diverse, dall’alleanza esplicita, alla connivenza, alla passività perniciosa sino all’esporsi, nell’isolamento, all’infiltrazione fisiologica e, da ultimo, alla disponibilità all’assimilazione culturale e politica. Questo quadro contiene in sé elementi di oggettività e di responsabilità politiche soggettive che dobbiamo porci in condizione di valutare in un’ottica futura.</p>



<p>Il nostro obiettivo non è attivare processi postumi ma riattivare, per parte nostra, quella dialettica che pure è viva altrove nel mondo e senza la quale nessun risultato è dato e senza la quale quelli dati vengono perduti. Riattivarla sulla base delle verità storiche che, per esempio, ci dicono come alla Rivoluzione d’ottobre vada aggiunta la vittoria nella Seconda guerra mondiale ad opera dell’URSS, ad opera dei comunisti. La timidezza con cui facciamo nostro quel risultato gigantesco è, per dirla con Losurdo, ai limiti dell’autofobia, della paura di sé, e non la spieghiamo se non con l’esistenza di quella faglia, di quella frattura che ancora getta, tra di noi, ombre sui protagonisti nostri col risultato di minare la comprensione della verità storica e, con essa, la comprensione delle basi su cui fu costruita la democrazia. Per noi e per gli altri.</p>



<p>Perché esiste un patrimonio sociale e storico di incalcolabile valore che è rappresentato dalla marcia verso il socialismo iniziata cento anni fa. Questo patrimonio, nella sua interezza, non è proprietà di nessuno, è bene collettivo, della collettività mondiale. Il nostro interesse è tutelarlo nel modo migliore e tutelarlo, per quanto possibile, nella verità.</p>
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		<title>Rivoluzione d’Ottobre e democrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 19:21:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre pubblichiamo un saggio del compagno Domenico Losurdo come approfondimento e tributo alla sua memoria in una giornata simbolicamente fondamentale per i comunisti. Il testo è la rielaborazione nella forma della Conferenza pronunciata a Napoli, presso la libreria Feltrinelli, il 6 luglio 2007, nell’ambito del ciclo «I &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre pubblichiamo un saggio del compagno Domenico Losurdo come approfondimento e tributo alla sua memoria in una giornata simbolicamente fondamentale per i comunisti.</em></p>
<p><strong>Il testo è la rielaborazione nella forma della Conferenza pronunciata a Napoli, presso la libreria Feltrinelli, il 6 luglio 2007, nell’ambito del ciclo «I venerdì della politica» promosso dalla Società di studi politici.<br />
</strong><br />
<strong>Ho sviluppato i temi qui accennati in tre libri ai quali rinvio per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici: <em>Controstoria del liberalismo</em> (Laterza, 2005); Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), <em>Stalin. Storia e critica di una leggenda nera</em> (Carocci, 2008)<em> (D.L)</em></strong></p>
<p><em>di <strong>Domenico Losurdo </strong></em></p>
<div id="ilpar-2011518123" class="ilpar-content">
<div class="td-all-devices">
<div class="td-all-devices"><span style="text-indent: 0em;">L’ideologia e la storiografia oggi dominanti sembrano voler compendiare il bilancio di un secolo drammatico in una storiella edificante, che può essere così sintetizzata: agli inizi del Novecento, una ragazza fascinosa e virtuosa (la signorina Democrazia) viene aggredita prima da un bruto (il signor Comunismo) e poi da un altro (il signor Nazi-fascismo); approfittando anche dei contrasti tra i due e attraverso complesse vicende, la ragazza riesce alfine a liberarsi dalla terribile minaccia;</span></div>
</div>
</div>
<p>divenuta nel frattempo più matura, ma senza nulla perdere del suo fascino, la signorina Democrazia può alfine coronare il suo sogno d’amore mediante il matrimonio col signor Capitalismo; circondata dal rispetto e dall’ammirazione generali, la coppia felice e inseparabile ama condurre la sua vita in primo luogo tra Washington e New York, tra la Casa Bianca e Wall Street. Stando così le cose, non è più lecito alcun dubbio: il comunismo è il nemico implacabile della democrazia, la quale ha potuto consolidarsi e svilupparsi solo dopo averlo sconfitto.</p>
<p><strong>1. La democrazia quale superamento delle tre grandi discriminazioni</strong></p>
<p>Sennonché, questa storiella edificante nulla ha a che fare con la storia reale. La democrazia, così come oggi la intendiamo, presuppone il suffragio universale: indipendentemente dal sesso (o genere), dal censo e dalla «razza», ogni individuo dev’essere riconosciuto quale titolare dei diritti politici, del diritto elettorale attivo e passivo, del diritto di votare per i propri rappresentanti e di essere eventualmente eletto negli organismi rappresentativi. E cioè, ai giorni nostri la democrazia, persino nel suo significato più elementare e immediato, implica il superamento delle tre grandi discriminazioni (sessuale o di genere, censitaria e razziale) che erano ancora vive e vitali alla vigilia dell’ottobre 1917 e che sono state superate solo col contributo, talvolta decisivo, del movimento politico scaturito dalla rivoluzione bolscevica.</p>
<p>Cominciamo con la clausola d’esclusione, macroscopica, che negava il godimento dei diritti politici alla metà del genere umano e cioè alle donne. In Inghilterra, le signore Pankhurst (madre e figlia), che promuovevano la lotta contro tale discriminazione e dirigevano il movimento femminista delle suffragette, erano costrette a visitare periodicamente le patrie prigioni. La situazione non era molto diversa negli altri grandi paesi dell’Occidente. Era Lenin invece, in Stato e rivoluzione, a denunciare l’«esclusione delle donne» dai diritti politici come una conferma clamorosa del carattere mistificatorio della «democrazia capitalistica». Tale discriminazione veniva cancellata in Russia già dopo la rivoluzione di febbraio, da Gramsci salutata come «rivoluzione proletaria» per il ruolo di protagonista svolto dalle masse popolari, com’era confermato dal fatto che la rivoluzione aveva introdotto «il suffragio universale, estendendolo anche alle donne». La medesima strada era poi imboccata dalla repubblica di Weimar, scaturita dalla «rivoluzione di novembre», scoppiata in Germania a un anno di distanza dalla rivoluzione d’ottobre e sull’onda e a imitazione di quest’ultima. Successivamente, in questa direzione si muovevano anche gli USA. In Italia e in Francia, invece, le donne conquistavano i diritti politici solo dopo la seconda guerra mondiale, sull’onda della Resistenza antifascista, alla quale i comunisti avevano contribuito in modo essenziale o decisivo.</p>
<p>Considerazioni analoghe si possono fare a proposito della seconda grande discriminazione, che ha anch’essa caratterizzato a lungo la tradizione liberale: mi riferisco alla discriminazione censitaria, che escludeva dai diritti politici attivi e passivi i non proprietari, i non abbienti, le masse popolari. Già efficacemente combattuta dal movimento socialista e operaio, pur fortemente indebolita, essa continuava a resistere pervicacemente alla vigilia della rivoluzione d’ottobre. Nel saggio sull’imperialismo e in Stato e rivoluzione Lenin richiamava l’attenzione sulle persistenti discriminazioni censitarie, camuffate mediante i requisiti di residenza o altri «”piccoli” (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale», che in paesi come la Gran Bretagna comportavano l’esclusione dai diritti politici dello «strato inferiore propriamente proletario». Si può aggiungere che proprio nel paese classico della tradizione liberale ha tardato in modo particolare ad affermarsi pienamente il principio «una testa, un voto». Solo nel 1948 sono dileguate le ultime tracce del «voto plurale», a suo tempo teorizzato e celebrato da John Stuart Mill: i membri delle classi superiori considerati più intelligenti e più meritevoli godevano del diritto di esprimere più di un voto, ciò che faceva rientrare dalla finestra la discriminazione censitaria cacciata dalla porta.</p>
<p>Per quanto riguarda l’Italia, sui manuali scolastici si può leggere che la discriminazione censitaria è stata cancellata nel 1912. In realtà continuavano a sussistere le «piccole» clausole di esclusione denunciate da Lenin. Ma non è questo il punto più importante. La legge varata in quell’anno concedeva graziosamente i diritti politici solo a quei cittadini di sesso maschile che, pur di modeste condizioni sociali, si fossero distinti o per «titoli di cultura e di onore» o per il valore militare mostrato nel corso della guerra contro la Libia terminata poco prima. In altre parole, non si trattava del riconoscimento di un diritto universale, bensì di una ricompensa in primo luogo per quanti avevano dato prova di coraggio e di ardore bellico nel corso di una conquista coloniale dai tratti brutali e talvolta genocidi.</p>
<p>In ogni caso, anche là dove il suffragio (maschile) era divenuto universale o pressoché universale, esso non valeva per la Camera Alta, che continuava a essere appannaggio della nobiltà e delle classi superiori. Nel Senato italiano vi sedevano, in qualità di membri di diritto, i principi di Casa Savoia: tutti gli altri erano nominati a vita dal re, su segnalazione del presidente del Consiglio. Non dissimile era la composizione delle altre Camere Alte europee che, a eccezione di quella francese, non erano elettive bensì caratterizzate da un intreccio di ereditarietà e nomina regia. Persino per quanto riguarda il Senato della Terza Repubblica francese, che pure aveva alle spalle una serie ininterrotta di sconvolgimenti rivoluzionari culminati nella Comune, è da notare che esso risultava da un’elezione indiretta ed era costituito in modo tale da garantire una marcata sovra-rappresentanza alla campagna (e alla conservazione politico-sociale), a danno ovviamente di Parigi e delle maggiori città, a danno cioè dei centri urbani considerati il focolaio della rivoluzione. Anche in Gran Bretagna, nonostante la secolare tradizione liberale alle spalle, la Camera Alta (interamente ereditaria, eccettuati pochi vescovi e giudici), non aveva nulla di democratico, e netto era il controllo esercitato dall’aristocrazia sulla sfera pubblica: era una situazione non molto diversa da quella che caratterizzava Germania e Austria. È per questo che un illustre storico (Arno J. Mayer) ha parlato di persistenza dell’antico regime in Europa sino al primo conflitto mondiale (e alla rivoluzione d’ottobre e alle rivoluzioni e agli sconvolgimenti che hanno fatto seguito a essa)</p>
<p>In quegli anni neppure negli USA erano assenti i residui di discriminazione censitaria. Rispetto all’Europa, però, l’antico regime si presentava in una versione diversa: l’aristocrazia di classe si configurava come aristocrazia di razza. Nel Sud del paese il potere era nelle mani degli ex-proprietari di schiavi, che nulla avevano perso della loro arroganza razziale o razzista e che non a caso erano bollati dai loro avversari quali Borboni; non era certo dileguato il regime talvolta celebrato dai suoi sostenitori e talaltra criticamente analizzato dagli studiosi contemporanei come una sorta di ordinamento castale, in quanto fondato su raggruppamenti etnico-sociali resi impermeabili dal divieto di miscegenation, e cioè dal divieto di rapporti sessuali e matrimoniali inter-razziali, severamente condannati e puniti in quanto suscettibili di mettere in discussione la white supremacy.</p>
<p><strong>2. La duplice dimensione della discriminazione razziale</strong></p>
<p>E veniamo così alla terza grande discriminazione, quella razziale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre essa era più viva che mai e manifestava la sua vitalità in due modi. A livello globale il mondo era caratterizzato dal dominio incontrastato, per dirla con Lenin, di «poche nazioni elette» ovvero di un pugno di «nazioni modello» che attribuivano a se stesse «il privilegio esclusivo di formazione dello Stato», negandolo alla stragrande maggioranza dell’umanità, ai popoli estranei al mondo occidentale e bianco e pertanto indegni di costituirsi quali Stati nazionali indipendenti. E dunque, le «razze inferiori» erano escluse in blocco dal godimento dei diritti politici già per il fatto di essere considerate incapaci di autogoverno, incapaci di intendere e di volere sul piano politico. Tale esclusione era ribadita a un secondo livello, a livello nazionale: nell’Unione sudafricana e negli USA (il paese sul quale soprattutto ci soffermeremo), i popoli di origine coloniale erano ferocemente oppressi: essi non godevano né dei diritti politici né di quelli civili.</p>
<p>Si pensi ad esempio ai linciaggi che, tra Otto e Novecento, negli Stati Uniti erano riservati in particolare ai neri. Un illustre storico statunitense (Vann Woodward) ne ha dato una descrizione secca ma tanto più efficace e raccapricciante:</p>
<p>«Notizie dei linciaggi erano pubblicate sui fogli locali e carrozze supplementari erano aggiunte ai treni per spettatori, talvolta migliaia, provenienti da località a chilometri di distanza. Per assistere al linciaggio, i bambini delle scuole potevano avere un giorno libero.</p>
<p>Lo spettacolo poteva includere la castrazione, lo scoiamento, l’arrostimento, l’impiccagione, i colpi d’arma da fuoco. I souvenir per acquirenti potevano includere le dita delle mani e dei piedi, i denti, le ossa e persino i genitali della vittima, così come cartoline illustrate dell’evento».</p>
<p>Vediamo qui all’opera non la democrazia propriamente detta di cui favoleggia la storiella edificante di cui ho parlato agli inizi, bensì quella che eminenti studiosi statunitensi hanno definito la Herrenvolk democracy, una democrazia riservata esclusivamente al popolo dei signori, il quale esercitava una terroristica white supremacy non solo sui popoli di origine coloniale (afroamericani, asiatici ecc.) ma talvolta anche sugli immigrati provenienti da paesi (quali l’Italia) considerati di dubbia purezza razziale.</p>
<p>Ancora negli anni ’30 i neri, che pure nel corso della prima guerra mondiale erano stati chiamati a combattere e a morire per la «difesa» del paese, continuavano a subire un regime di terrore che al tempo stesso funzionava come una ripugnante società dello spettacolo. Eloquenti sono di per sé i titoli e le cronache dei giornali locali del tempo. Li riprendiamo dall’antologia (100 Years of Lynchings) curata da uno studioso afroamericano (Ralph Ginzburg): «Grandi preparativi per il linciaggio di questa sera». Nessun particolare doveva essere trascurato: «Si teme che colpi d’arma da fuoco diretti al negro possano andare fuori bersaglio e colpire spettatori innocenti, che includono donne con i loro bambini in braccio»; ma se tutti si atterranno alle regole, «nessuno sarà deluso». L’inedita società dello spettacolo procedeva in modo implacabile. Vediamo altri titoli: «il linciaggio eseguito pressoché come previsto nell’annuncio pubblicitario»; «la folla applaude e ride per l’orribile morte di un negro»; «cuore e genitali recisi dal cadavere di un negro».</p>
<p>A subire il linciaggio non erano solo i neri colpevoli di «stupro» ovvero, il più delle volte, di rapporti sessuali consensuali con una donna bianca. Bastava molto meno per essere condannati a morte: l’«Atlanta Constitution» dell’11 luglio 1934 informava dell’avvenuta esecuzione di un nero di 25 anni «accusato di aver scritto una lettera “indecente e insultante” a una giovane ragazza bianca della contea di Hinds»; in questo caso la «folla di cittadini armati» si era accontentata di riempire di pallottole il corpo dello sciagurato. Per di più, oltre che sui «colpevoli», la morte, inflitta in modo più o meno sadico, incombeva anche sui sospetti. Continuiamo a sfogliare i giornali dell’epoca e a leggere i titoli: «Assolto dalla giuria, poi linciato»; «Sospetto impiccato a una quercia sulla pubblica piazza di Bastrop»; «Linciato l’uomo sbagliato». Infine la violenza non si limitava a prendere di mira il responsabile o il sospetto responsabile del misfatto a lui attribuito: accadeva che, prima di procedere al suo linciaggio, venisse data alle fiamme e bruciata completamente la capanna in cui abitava la sua famiglia.</p>
<p>È da aggiungere che la terza grande discriminazione finiva col colpire anche certi membri e certi settori della stessa casta o razza privilegiata. Sfogliando sempre l’antologia relativa ai cento anni di linciaggi negli USA, ci imbattiamo nel titolo di un articolo del «Galveston (Texas) Tribune» del 21 giugno 1934: «Una ragazza bianca è rinchiusa in carcere, il suo amico negro è linciato». Su quella ragazza bianca il regime di terroristica white supremacy si abbatteva in modo duplice: sia privandola della sua libertà personale, sia colpendola pesantemente nei suoi affetti.</p>
<p><strong>3. Movimento comunista e lotta contro la discriminazione razziale</strong></p>
<p>In che direzione, a quale movimento e a quale paese guardavano le vittime di tale orrore, per cercare solidarietà e ispirazione nella lotta di resistenza e di emancipazione? Non è difficile indovinarlo. Subito dopo la rivoluzione d’ottobre, gli afroamericani che aspiravano a scuotersi di dosso il giogo della white supremacy erano spesso accusati di bolscevismo, ma pronta era la replica di un militante nero che non si lasciava intimidire: «Se lottare per i nostri diritti significa essere bolscevichi, ebbene io sono bolscevico e che gli altri si rassegnino una volta per sempre».</p>
<p>Sono gli anni in cui i neri che diventavano militanti del Partito comunista degli USA o che visitavano la Russia sovietica facevano un’esperienza inedita e esaltante: si vedevano finalmente riconosciuti nella loro dignità umana; su un piano di parità con i loro compagni potevano partecipare alla progettazione di un mondo nuovo. Si comprende allora che essi guardassero a Stalin come al «nuovo Lincoln», al Lincoln che avrebbe messo fine questa volta in modo concreto e definitivo alla schiavitù dei neri, all’oppressione, alla degradazione, all’umiliazione, alla violenza e ai linciaggi che essi continuavano a subire. Non c’è da stupirsi per questa visione. Si tenga presente che per lungo tempo, nel periodo in cui la discriminazione razziale e il regime di supremazia bianca infuriavano pressoché indisturbati all’interno degli USA e a livello mondiale nel rapporto tra metropoli capitalistica e colonie, il termine «razzismo» ha avuto una connotazione positiva, quale sinonimo di comprensione sobria e scientifica della storia e della politica, una comprensione scientifica che solo gli ingenui (per lo più socialisti o comunisti) si ostinavano a ignorare o a mettere in discussione.</p>
<p>Quando interveniva il momento di svolta nella storia degli afroamericani? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia inviava alla Corte Suprema, che era stata chiamata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista e suscita dubbi anche tra le nazioni amiche sull’intensità della nostra devozione alla fede democratica». Già per ragioni di politica estera occorreva sancire l’incostituzionalità della segregazione e della discriminazione anti-nera. Washington – osserva lo storico statunitense (Vann Woodward) che ricostruisce tale vicenda – correva il pericolo di alienarsi le «razze di colore» non solo in Oriente e nel Terzo Mondo ma nel cuore stesso degli Stati Uniti: anche qui la propaganda comunista riscuoteva un considerevole successo nel suo tentativo di guadagnare i neri alla «causa rivoluzionaria», facendo crollare in loro la «fede nelle istituzioni americane». In altre parole, non si poteva arginare la sovversione comunista senza mettere fine al regime di white supremacy. E dunque: la lotta ingaggiata dal movimento comunista e la paura del comunismo finivano con lo svolgere un ruolo essenziale nella cancellazione negli USA (e poi nel Sudafrica) della discriminazione razziale e nella promozione della democrazia.</p>
<p>A questo punto s’impone una riflessione. Le opzioni politiche di ciascuno di noi possono essere le più diverse. E, tuttavia, chi voglia fondare le sue affermazioni su una sia pur elementare ricostruzione storica, deve riconoscere un punto essenziale: la storiella edificante dalla quale abbiamo preso le mosse, e che continua a essere strombazzata dall’ideologia dominante, è per l’appunto una storiella. Se per democrazia intendiamo quantomeno l’esercizio del suffragio universale e il superamento delle tre grandi discriminazioni, è chiaro che essa non può essere considerata anteriore alla Rivoluzione d’Ottobre e non può essere pensata senza l’influenza che quest’ultima ha esercitato a livello mondiale.</p>
<p><strong>4. La discriminazione razziale tra USA e Terzo Reich</strong></p>
<p>Se da un lato spingeva le sue vittime a riporre le loro speranze nel movimento comunista e nell’Unione Sovietica, dall’altro il regime di white supremacy vigente negli USA e a livello mondiale suscitava l’ammirazione del movimento nazista. Nel 1930, Alfred Rosenberg, che poi sarebbe diventato il teorico più o meno ufficiale del Terzo Reich, celebrava gli Stati Uniti, con lo sguardo rivolto soprattutto al Sud, come uno «splendido paese del futuro» che aveva avuto il merito di formulare la felice «nuova idea di uno Stato razziale», idea che si trattava allora di mettere in pratica, «con forza giovanile», senza fermarsi a mezza strada. La repubblica nord-americana aveva coraggiosamente richiamato l’attenzione sulla «questione negra» e anzi l’aveva collocata «al vertice di tutte le questioni decisive». Ebbene, una volta cancellato per i neri, l’assurdo principio dell’uguaglianza doveva essere liquidato sino in fondo: occorreva trarre «le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei».</p>
<p>Non c’è dubbio, il regime di white supremacy ha profondamente ispirato il nazismo e il Terzo Reich. È un’influenza che ha lasciato tracce profonde anche sul piano categoriale e linguistico. Proviamo a interrogarci sul termine-chiave suscettibile di esprimere in modo chiaro e concentrato la carica di de-umanizzazione e di violenza genocida insita nell’ideologia nazista. In questo caso non c’è bisogno di ricerche particolarmente tormentose: è Untermensch il termine-chiave, che in anticipo priva di qualsiasi dignità umana quanti sono destinati a essere schiavizzati al servizio della razza dei signori o a essere annientati quali agenti patogeni, colpevoli di fomentare la rivolta contro la razza dei signori e contro la civiltà in quanto tale. Ebbene, il termine Untermensch, che un ruolo così centrale e così nefasto svolge nella teoria e nella pratica del Terzo Reich, non è altro che la traduzione dall’americano Under Man! Lo riconosce Rosenberg, il quale esprime la sua ammirazione per l’autore statunitense Lothrop Stoddard: a lui spetta il merito di aver per primo coniato il termine in questione, che campeggia come sottotitolo (The Menace of the Under Man) di un libro pubblicato a New York nel 1922 e della sua versione tedesca (Die Drohung des Untermenschen) apparsa tre anni dopo. Per quanto riguarda il suo significato, Stoddard chiarisce che esso sta a indicare la massa di «selvaggi e barbari», «essenzialmente incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili», con i quali bisogna procedere a una radicale resa dei conti, se si vuole sventare il pericolo che incombe di crollo della civiltà. Elogiato, prima ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover), Stoddard è successivamente ricevuto con tutti gli onori a Berlino, dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista, ma anche i più alti gerarchi del regime, compreso Adolf Hitler, ormai lanciato nella sua campagna di decimazione e schiavizzazione degli «indigeni» ovvero degli Untermenschen dell’Europa orientale, e impegnato nei preparativi per l’annientamento degli Untermenschen ebraici, considerati i folli ispiratori della rivoluzione bolscevica e della rivolta degli schiavi e dei popoli delle colonie.</p>
<p>Ben lungi dal poter essere assimilate l’una all’altra quali nemiche mortali della democrazia, Unione Sovietica e Germania hitleriana si sono storicamente collocate su posizioni contrapposte: la prima ha svolto un ruolo d’avanguardia nella lotta contro la terza grande discriminazione (quella razziale), mentre la seconda si è distinta nella lotta per radicalizzare ed eternizzare la terza grande discriminazione e, nel far ciò, si è richiamata all’esempio costituito dagli USA. Nel complesso, l’analisi storica costringe a riconoscere il contributo essenziale o decisivo fornito dal movimento scaturito dalla rivoluzione d’ottobre al superamento delle tre grandi discriminazioni e dunque alla realizzazione di un presupposto ineludibile della democrazia.</p>
<p><strong>5. Un incompiuto processo di democratizzazione</strong></p>
<p>Conviene ora porsi un’ultima domanda: le tre grandi discriminazioni sono oggi del tutto dileguate? Già diversi anni fa, un eminente storico statunitense, Arthur Schlesinger Jr, che è stato anche consigliere del presidente John Kennedy, tracciava un quadro ben poco lusinghiero della democrazia nel suo paese: «L’azione politica, una volta imperniata sull’attivismo, s’impernia ora sulla disponibilità finanziaria». Dati i «costi spaventosamente alti delle recenti campagne elettorali», si delineava nettamente la tendenza a «limitare l’accesso alla politica a quei candidati che hanno fortune personali o che ricevono denaro da comitati d’azione politica», ovvero da «gruppi di interessi» e lobbies varie. In altre parole, era come se la discriminazione censitaria, cacciata dalla porta, fosse rientrata dalla finestra. Conviene prenderne atto: la campagna neoliberista contro i «diritti sociali ed economici», solennemente proclamati e sanciti dall’ONU nel 1948 ma denunciati da Friedrich August von Hayek quali espressione dell’influenza (da lui considerata rovinosa) della «rivoluzione marxista russa», ha finito con l‘investire anche i diritti politici.</p>
<p>Nell’atto di accusa contro la Rivoluzione d’Ottobre formulato dal patriarca del neoliberismo (e premio Nobel per l’Economia nel 1974) si può e si deve leggere un grande riconoscimento. Quella rivoluzione ha contribuito alla realizzazione dei diritti economici e sociali e all’edificazione anche in Occidente; non a caso, ai giorni nostri, al venire meno della sfida del movimento comunista corrisponde lo smantellamento dello Stato sociale nella stessa Europa, con il risultato che la discriminazione censitaria finisce col ripresentarsi in forme nuove.</p>
<p>E per quanto riguarda le altre due grandi discriminazioni? Non c’è tempo per un’analisi approfondita, ma non posso fare a meno di una breve osservazione a proposito della terza grande discriminazione. Certo, la storia non è l’eterno ritorno dell’identico, come pretendeva Nietzsche. Sarebbe errato e fuorviante ignorare i mutamenti intervenuti e i risultati conseguiti dalla lotta di emancipazione. Ai giorni nostri nessuno oserebbe fare professione di razzismo e proclamare ad alta voce la necessità di difendere o ristabilire la white supremacy. Non bisogna però dimenticare che, storicamente, un aspetto essenziale della terza grande discriminazione è stato la gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni. L’ha ben compreso Lenin che abbiamo visto definire l’imperialismo come la pretesa di «poche nazioni elette» ovvero di poche «nazioni modello» di riservare esclusivamente a se stesse il diritto di costituirsi in Stato nazionale indipendente. È stata abbandonata una volta per sempre tale pretesa? In occasione di gravi conflitti politici e diplomatici, l’Occidente e in particolare il suo paese-guida si rivolgono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché autorizzi l’intervento militare da loro auspicato o programmato, ma al tempo stesso dichiarano che, anche in assenza di autorizzazione, essi si riservano il diritto di scatenare sovranamente la guerra contro questo o quel paese. E’ evidente che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, i paesi occidentali si attribuiscono una sovranità dilatata e imperiale, da esercitare ben al di là del proprio territorio nazionale, mentre per i paesi da loro presi di mira il principio della sovranità statale è dichiarato superato e privo di valore. In forme nuove si riproduce la dicotomia (nazioni elette e realmente fornite di sovranità/popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo) che è propria dell’imperialismo e del colonialismo. Con la forza delle armi continua a esser fatto valere il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni.</p>
<p>Nel caso degli USA questa sedicente gerarchia è proclamata ad alta voce e viene persino religiosamente trasfigurata. Nel settembre del 2000, nel condurre la campagna elettorale che l’avrebbe portato alla presidenza, George W. Bush enunciava un vero e proprio dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo». È un dogma ben radicato nella tradizione politica statunitense. Bill Clinton aveva inaugurato il suo primo mandato presidenziale, con una proclamazione ancora più enfatica del primato degli USA e del diritto-dovere a dirigere il mondo: «La nostra missione è senza tempo»!</p>
<p>Si direbbe che alla white supremacy sia subentrata la western supremacy ovvero l’American supremacy. Resta fermo il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni, una gerarchizzazione naturale, eterna e persino consacrata dalla volontà divina, come nella monarchia assoluta dell’Antico regime! Almeno per quanto riguarda la sua dimensione internazionale, la terza grande discriminazione non è dileguata. Detto altrimenti: almeno per quanto riguarda i rapporti internazionali, siamo ben lontani dalla democrazia. Il processo di democratizzazione iniziato con la rivoluzione d’ottobre è ancora ben lungi dalla sua conclusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Testo pubblicato dalla Casa editrice «La Scuola di Pitagora», Napoli e online dal sito marx21.it</strong></p>
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